

13. Il ducato di Savoia si inserisce nel gioco politico europeo.

Da: F. Valsecchi, L'Italia nel Settecento, Mondadori, Milano,
1971.

Come ci illustra in questo brano lo storico italiano Franco
Valsecchi, il piccolo ducato di Savoia, cerniera fra i domini
borbonici e quelli asburgici, si giostr abilmente e
pericolosamente fra le due grandi potenze, e proprio per questo fu
ammesso da protagonista, unico stato italiano, alle trattative di
Utrecht, che sancirono la conclusione della guerra di successione
spagnola. Protetto e incoraggiato dall'Inghilterra, che mirava al
mantenimento dell'equilibrio europeo, il duca Vittorio Amedeo
secondo divenne prima re di Sicilia, poi di Sardegna, ma in alcuni
frangenti delle trattative di Utrecht era stato addirittura uno
dei candidati all'insediamento sul trono di Spagna e su quello di
Napoli. Ma Vittorio Amedeo mirava sostanzialmente ad allargare i
propri domini italiani in direzione della Lombardia e a realizzare
uno sbocco sul mare per il proprio regno; per questo sarebbe
entrato inevitabilmente in contrasto con gli Asburgo d'Austria sia
nel mare Mediterraneo che nell'Italia settentrionale.


Mentre gli altri stati subiscono le alternative della rivalit
asburgico-borbonica, per i Savoia essa costituisce una risorsa, la
principale risorsa della loro politica. Situati in mezzo ai due
contendenti, i Savoia compensano la propria debolezza
appoggiandosi ora all'uno ora all'altro, contrattando ora con
l'uno ora con l'altro il prezzo della loro alleanza. Ma il gioco
non  senza pericoli: e le difficili situazioni in cui si 
trovato Vittorio Amedeo [Vittorio Amedeo secondo, duca di Savoia,
poi re di Sicilia dal 1713, di Sardegna dal 1720] durante la
guerra, ne han fornito pi volte la prova. L'antagonismo asburgico-
borbonico costituisce, per i Savoia, una carta efficace finch,
entro certi limiti, l'equilibrio delle forze si mantiene: allora
essi possono costituire il peso, per esiguo che sia, che fa
traboccar la bilancia. Ma una volta che la bilancia trabocca, le
risorse dell'alternativa vengono meno: i Savoia rischiano di
trovarsi alla merc del vincitore, come avviene per gli alleati
minori, di pagare le spese per il vinto. Ed  questa, appunto,
l'ipoteca che grava sulla politica sabauda a Utrecht [trattato
concluso nel 1713]: gli Asburgo, arbitri dell'Italia, e decisi ad
agire in conformit di questa loro posizione di fronte al
Piemonte; i Borboni, per cui il Piemonte non  che una pedina da
spingere avanti o da sacrificare, secondo che gli interessi lo
consigliano: la stessa prospettiva di una rivincita borbonica, per
i Savoia, si presenta come la prospettiva della sostituzione di
un'egemonia ad un'altra.
In questa situazione, il termine medio rappresentato dalla
politica inglese costituisce per Torino un prezioso punto
d'appoggio. Fra Torino e Londra si verifica una convergenza di
interessi: ambedue puntano sull'equilibrio, come condizione
essenziale della loro politica: puntano l'uno sull'altro come
elemento per bilanciare gli sforzi egemonici delle due grandi
potenze che si contrastano la penisola. L'alleanza sabauda si pone
anch'essa come una costante della politica inglese in Italia,
parallela e concorrente con l'alleanza asburgica, l'una a
integrazione o sostituzione dell'altra, se l'altra era manchevole;
strumenti intercambiabili, quando di volta in volta, occorresse
intimidire Torino, a mezzo di Vienna, o imbrigliare Vienna a mezzo
di Torino.
In questi termini si imposta la partita diplomatica per l'Italia,
che avr la sua conclusione a Utrecht. I Savoia soltanto sono
presenti, in essa, come soggetto attivo: gli altri stati italiani
non partecipano alle trattative che come oggetto passivo. Constata
amaramente il Rinuccini [Carlo Rinuccini, diplomatico mediceo]
che, al di fuori dei Savoia, nessuno, in Italia, ha la possibilit
di dire una sola parola nella decisione dei propri destini. A
riserva del Signor Duca di Savoia scrive il 24 marzo 1712,
dall'Aja, dove si preparano i preliminari di Utrecht mi  parso
che il rimanente d'Italia continua tuttavia a essere considerato
come una cosa delle meno essenziali agli interessi pubblici
d'Europa.
Non cos il duca di Savoia. Il diritto alla parola se l'
conquistato con la punta della spada. E sa farlo valere, questo
diritto. I suoi plenipotenziari, il marchese Ignazio Solaro del
Borgo, il conte Annibale Maffei, il consigliere Pietro Mellarede,
tengono testa ai rappresentanti dei maggiori sovrani d'Europa. E
navigano da esperti piloti nelle acque tempestose del Congresso.
L'immagine  del Rinuccini: i Savoiardi si tengono a tutti i
venti, per navigare sempre con quello che tira, e nello stato
presente non vi pu essere, quasi, avvenimento... che quella gente
non abbia gi studiato di adattarlo ai suoi interessi.
E' parso in qualche momento, durante le varie e mutevoli
vicissitudini diplomatiche della questione spagnola, che i venti
della grande politica dovessero portare la nave sabauda lontano
dalle sue terre d'origine, verso lidi diversi, in Italia e in
Europa. Nelle conferenze di Gertruydenberg, dove, nella primavera
del 1710, si compirono i primi approcci di pace, s'era ventilato
uno scambio, come si diceva nel linguaggio patrimonialistico del
tempo, fra i possessi subalpini dei Savoia e la corona di Napoli e
di Sicilia. La cosa era finita nel nulla, come finiron nel nulla
le conferenze stesse, ancora premature. Ma un anno dopo, nel
maggio 1711, dopo la morte dell'imperatore Giuseppe primo, ecco
un'altra, e  ancor pi grandiosa, se non realizzabile offerta.
Veniva dall'Inghilterra, questa volta, dal diplomatico inglese
lord Peterborough: poich importava mantenere divisa la corona di
Spagna non meno da quella d'Austria che da quella di Francia,
perch non assegnarla a Vittorio Amedeo, in aggiunta al suo
vecchio stato italiano? Il nuovo imperatore, Carlo sesto, avrebbe
avuto Napoli, Sicilia, Milano, Mantova... E un matrimonio fra
l'erede sabaudo e una arciduchessa asburgica, primogenita di
Giuseppe primo, avrebbe suggellato l'accordo. Balena, alla
diplomazia inglese, la possibilit di trasportare i Savoia, come
elemento di equilibrio, dal piano italiano al piano europeo. O
almeno al piano mediterraneo: tanto pi che insediare i Savoia nel
Mediterraneo, nella penisola iberica o nel Mezzogiorno d'Italia,
significa, indirettamente, insediarvi l'Inghilterra: ch la nuova
casa regnante, non solo per vincoli di amicizia e di riconoscenza,
ma per necessit, priva com'era di una flotta sia mercantile sia
di guerra, avrebbe dovuto muoversi nella scia della politica
britannica. Vittorio Amedeo non dice di no. Ma non dice nemmeno di
s. Si rende conto che il piano di Peterborough , tutt'al pi, 
une chimre agrable . Allez au solide et au prsent et puis je
vous couteray sur des chimres agrables [una chimera
piacevole. Andate al sodo e al presente e dopo vi ascolter sulle
chimere piacevoli] suonano le sue istruzioni al Solaro del Borgo.
E  aller au solide  significa provvedere agli interessi dei suoi
dominii, e al loro ingrandimento in Italia.
Ha la coscienza che il suo avvenire  in Italia: il suo sogno non
 la lontana e inafferabile corona di Spagna, ma quella che le
tradizioni della sua casa gli additano, la vicina corona di
Lombardia. Insomma, se anche il duca non ripudia le tentanti
possibilit europee, non dimentica, e non sacrifica, per questo,
le concrete, e vicine, possibilit italiane: pensa, casomai, a
servirsi delle possibilit europee come merce di scambio per le
possibilit italiane.
Le istruzioni ai plenipotenziari piemontesi a Utrecht pongono in
primo piano il problema della fontiera con la Francia. E' la
barriera alpina, la copertura militare, la porta chiusa verso il
potente vicino. E qui, la diplomazia sabauda riesce a spuntarla: i
patti di Utrecht contemplano la cessione, da parte della Francia,
di Fenestrelle, Oulx e Bardonecchia, e tutto ci che sta a pendio
d'acqua delle Alpi verso il Piemonte. Sono i confini naturali,
e le posizioni strategiche necessarie alla sicurezza dei dominii
sabaudi: vecchia aspirazione finalmente raggiunta.
Pi difficili da raggiungere le altre, e pi vaste, aspirazioni
piemontesi verso la Lombardia. Qui v' la diplomazia imperiale che
non  disposta a concessioni. N qui n altrove. Vienna sente
oramai Torino come una rivale. Gi i rapporti son tesi per la
contesa sui diritti feudali dell'impero, e le contribuzioni. E pi
si tendono, per il rifiuto dell'imperatore di cedere al duca
l'investitura del Finale. L'imperatore era disposto a disfarsene,
ma non a favore dei Savoia. Preferisce dar la precedenza a Genova,
anche se offre condizioni meno vantaggiose, per l'acquisto, che il
concorrente sabaudo. Povera, piccola terra, il Finale: castagni,
ulivi, e poco pi di un migliaio di abitanti. Ma si affaccia sul
mare: su quel mare che costituisce una delle pi ambite mete
sabaude. Vittorio Amedeo era disposto a grandi sacrifici, pur di
acquistarne il possesso. Aveva proposto a Vienna di scambiarlo con
la ben pi ricca Vigevano, la cui cessione era stata pattuita
nell'alleanza; di farlo servire come equivalente degli ingenti
debiti di guerra dovuti da Vienna a Torino; di pagare altrettanto
e pi della somma convenuta con Genova. Ma l'imperatore aveva
detto di no: peggio, aveva temporeggiato con mezze promesse, per
arrivare senza complicazioni al fatto compiuto. Un affronto. Come
commenta il Provana, rappresentante sabaudo a Vienna, scrivendo al
duca, un sentimento di vendetta... stante il mal animo che si ha
qui contro il di Lei ingrandimento.
Ma il vero pomo della discordia  il Milanese. Vittorio Amedeo
persegue ostinatamente la meta lombarda, nonostante le delusioni
subite. Nulla si deve dimenticare per ottenere tutto lo Stato di
Milano, scrive nelle istruzioni ai suoi plenipotenziari a
Utrecht. Tutto, o almeno una parte. Nonostante la diplomazia
sabauda faccia valere la solita, magica carta dell'equilibrio, le
sue pretese devono ridursi a una parte, e nemmeno quella sperata e
promessa al momento dell'alleanza. Alessandria, Valenza, la
Lomellina, il Monferrato tolto ai Gonzaga: non Vigevano n le
Langhe. Vittorio Amedeo deve accontentarsi di questo limitato
passo innanzi verso il Ticino, di sfogliare, secondo l'immagine
famosa, queste prime foglie del carciofo lombardo.
